il Filo di ‘Sofia: Capitolo 9 – La poesia in politica

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Uno dei problemi principali del nostro attuale sistema politico, oltre alla mancanza della circolazione delle idee, è proprio l’impossibilità, da parte dei cittadini, di poter partecipare alla creazione di queste.

Non per mancanza di volontà delle persone, come si va dicendo in giro, ma per gli insuperabili ostacoli posti dal nostro Leviatano.

Un altro aspetto, non meno grave, di cui sembra soffrire il regime in cui viviamo da decenni in Italia, è la completa assenza di dibattito, di discussione e del “metodo liberale” all’interno delle organizzazioni politiche con il conseguente soffocamento dei meccanismi democratici dentro i partiti stessi.

Il metodo liberale, infatti, mette al centro la libertà inalienabile dell’individuo, che porta dritta ai diritti-doveri del cittadino. Al contrario, oggi, assistiamo da parte delle organizzazioni partitiche alla produzione di meccanismi che manipolano e inibiscono la partecipazione democratica del cittadino escludendolo dalle scelte, oltre che dalla gestione della cosa pubblica.

Un ulteriore elemento da considerare come negativo è l’incapacità di riformare, appunto in senso liberale e democratico, la legge elettorale. Non a caso, il cosiddetto “Italicum” mantiene gli stessi caratteri esclusivamente partitocratici, verticistici e oligarchici del “porcellum”.

In questo libro, quindi, vorremmo parlare alle coscienze, per recuperare la politica come parola e progetto, come pensiero e azione, come espressione del senso civico e come ricerca delle soluzioni possibili. Ma non basta, è necessario sprigionare uno spirito di reciprocità in grado di far sentire la politica come dialogo e contraddittorio, come pratica quotidiana, come “senso dello Stato” e non come “ragion di Stato”.

La politica come incontro e dialogo delle diversità, come terreno di idee e visioni, dove si opera insieme, grazie alle diversità, per sciogliere tutti quei nodi che, strada facendo, vengono al pettine. Almeno nei limiti del possibile. Poi, però, dietro l’angolo, c’è sempre in agguato l’impossibile, cioè il probabile, il lato oscuro della forza. Nella logica del Potere dominante, infatti, regnano da sempre gli accordi sottobanco, gli interessi di bottega, il sotterfugio, l’invidia, l’omertà, le omissioni, le menzogne, l’affarismo, il malaffare, la spartizione del bottino e delle seggiole, lo scontro sterile, cieco e permanente. Insomma, il Potere è una fabbrica di ingiustizie, sopraffazioni, furti e violenze.

La politica è “altro”. La politica dovrebbe essere il luogo delle diversità che si incontrano e discutono, non dove si accrescono le differenze e le disuguaglianze. La politica andrebbe intesa come luogo di conoscenza e “bellezza della lotta” (scriverebbe Luigi Einaudi), secondo la pratica e l’attuazione di un metodo liberale, che comincia col rispetto di se stessi e degli altri, con la forza delle idee, con l’inizio della libertà dell’altro.

Dunque, la politica andrebbe colta e vissuta come l’arte del “nuovo possibile”, come edificazione del futuro, come “teoria della prassi”, come filosofia della pratica e non come la si intende dalle parti del Potere, cioè come inganno, arbitrio, egemonia.

La politica non è la legge della giungla applicata agli uomini. Non è, come si crede o si lascia far credere, espressione di cinismo, cupidigia, indifferenza né, tantomeno, va confusa con la corsa spasmodica alla poltrona, alla coccarda, ai gradi da cucirsi sulla giacca.

La politica è piuttosto poesia. Nel senso etimologico della parola. Poesia, infatti, proviene dal greco antico, da poiesis, che significa: fare, produrre, creare, comporre, praticare.

Compiere questa rivoluzione dei metodi e dei significati è il compito principale della nostra “generazione perduta”.

E’ compito dei corsari della politica.

Carlo Prinzhofer e Pier Paolo Segneri

 … Continua

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