il Filo di ‘Sofia: Capitolo 11 – CONCRETEZZA O PRAGMATISMO?

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Rendere sinonimi i due concetti di concretezza e pragmatismo si è rivelato un gravissimo errore. Con il trionfo di un certo dannoso pragmatismo, infatti, in questi ultimi venti anni, dominati dalla cosiddetta “forza dei fatti”, il pensiero è stato completamente sostituito dagli istinti più bassi, dalle pulsioni meno nobili, dal solo umore della pancia, che risolve tutto nella rapidità di uno slogan, di uno spot, di una sterile polemica spettacolare buttata lì prima che arrivi la pubblicità. Ma questa inutile, veloce e fittizia spettacolarità lascia tutto fermo, fisso, “gattopardescamente” statico. E’ l’ideologia dell’eterno presente, della fretta, dell’adesso, del subito e ora.

Eccoci arrivati, in tal modo, nell’anno 2016. Lo schema attuale di Potere è chiaro: il Partito della Nazione da una parte e il Movimento 5 Stelle dall’altro. La Lega e i Fratelli d’Italia come cintura di mantenimento di tale sistema. Un sistema bloccato.

Il nostro auspicio è che, riflettendo insieme, anche attraverso la proposta offerta in questo libro, si possano ritrovare, prima in noi stessi e poi con gli altri, le ragioni per tornare a guardare con speranza al futuro, per ritornare a credere negli altri, ad avere fiducia e ridare significati autentici e non corrotti alla Politica.

Non è tanto e solo una questione di speranza, che certo non deve mai venire meno, e che non dovrebbe cancellare i sogni realizzabili (da non confondere con le illusioni!), ma  si tratta piuttosto di nutrire i sogni per avere la forza di ricercare altre strade che conducano a realtà diverse da quelle di oggi, che rappresentino e raccontino storie diverse. Una ricerca che sia concreta, fattibile, possibile per altri percorsi. La ricerca delle molte verità nel tentativo di farle danzare insieme in armonia. Una ricerca da fare con lo sguardo rivolto al domani, alle persone che si amano e che amano la vita, con la consapevolezza che soltanto la memoria e l’analisi dei fatti rendono concrete le azioni presenti e future.

Ogni scelta, pensiamo, dovrebbe essere prima individuale e soltanto dopo collettiva. Ogni azione politica, ogni gesto di reciprocità dovrebbe avere al centro i sentimenti più profondi che accomunano tra loro tutti gli uomini, in modo universale.

La premessa, però, è quella di non confondere la concretezza, per ottenere risultati certi, su obiettivi prefissati, perché progettati e preventivati e organizzati, con il pragmatismo becero, in quanto solo ideologico.

Come pure sarebbe sbagliato confondere la memoria con il ricordo, la memoria con l’identità, scambiando il verosimile per verità o, peggio ancora, accomunando l’umiltà con la modestia, la fragilità con la debolezza, la forza culturale con il Potere fine se stesso o, infine, la diversità con la differenza.

Attualmente, in questo “eterno presente”, così urlato, così maldestramente recitato, siamo intrappolati nella “transizione infinita” dell’attuale realtà politica italiana, il cui pragmatismo è divenuto un’unica ideologia, che ha trasformato la promessa di realizzare fatti concreti in sterili esercizi aleatori, astratti ed evanescenti.

Il pragmatismo ignorante dei ripetitori del “nulla” ha prodotto il niente. Anzi, il meno del niente. Ma questa realtà (che ricordiamo non è la Verità assoluta!) contiene elementi positivi come, ad esempio, la forte voglia di cambiare registro e il desiderio di riscrivere le regole del gioco, a cominciare da alcuni superati articoli della Costituzione, che andrebbe adeguata a un nuovo progetto globale di diversa architettura politica dello Stato, cioè meno burocrazia stupida e più umanità, più attenzione nei confronti degli utenti, più efficienza.

Forse perché questa odierna realtà negativa della ingombrante politica del moderno Leviatano (lo Stato assolutista che ingoia tutto), cioè la metafora del mostro marino descritta da Hobbes, è diventata una delle tante forme di immobilismo assunte dal Potere arrogante e liberticida, che si diletta in continui, ripetitivi esercizi di autoreferenzialità, di ovvie profezie, di monotoni ritornelli sul solito “nulla”.

Carlo Prinzhofer e Pier Paolo Segneri

Continua

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