il Filo di ‘Sofia: CAPITOLO 25 – CIASCUNO CON L’ALTRO

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Immaginiamo un campo di calcio, con la canicola estiva. Immaginiamo lo stadio di Vico in Spagna oppure quello di Bilbao in cui, al Mundial del 1982, l’Italia di Enzo Bearzot affrontò sia l’Argentina che il Brasile.

Le due squadre favorite per la vittoria finale. L’Argentina di allora, infatti, era quella di Maradona, Ardiles e Passarella. Tra l’altro, si fregiava di essere la squadra Campione del Mondo in carica, grazie alla Coppa vinta nel 1978. Mentre il Brasile era la squadra più forte del Mondiale: con Zico, Eder, Falcao, Junior, Socrates e mi fermo qui. Forse il Brasile più forte di tutti i tempi. Immaginiamo, ora, tutti gli occhi puntati sui giocatori, gli spalti gremiti, i telespettatori sintonizzati sulla partita. Attesa e caldo. Immaginiamo il futuro…

La metafora tra “il cantiere” e la squadra nazionale di calcio che vinse il Mundial di Spagna nel 1982 è soprattutto un gioco, un divertissement, ma non è una scelta casuale e contingente quanto, piuttosto, una scelta lungimirante, duratura, sempre più attuale perché rivolta in avanti, immaginata per il dopo, quindi giorno dopo giorno sempre più convincente perché è una metafora pensata per la politica di domani, cioè rivolta al futuro e non al passato. E’ un esempio utile per meglio spiegare il cambio di paradigma che proponiamo attraverso queste pagine.

Insomma, la similitudine con la squadra di Enzo Bearzot si ricollega all’idea di unire, con tutti i ponti possibili, il metodo e il pensiero liberale con l’intelligenza data dalla sinergia dell’insieme. E così, il Mundial di Spagna si ricollega alla sfida culturale che abbiamo davanti a noi, alla nostra capacità politica di trasmettere quanto sia divenuto urgente sentirci tutti parte del medesimo destino, seppur nelle diversità. E’ una chiamata alle coscienze, alle intelligenze, alle responsabilità. Ciascuno può essere protagonista nel proprio ruolo e importantissimo per l’altro, ma ci vuole un po’ più di fiducia nell’altro. Oltre che in se stessi. E ci vuole un campo altro.

In che cosa consiste questo cambio di paradigma? Si tratta di compiere il passaggio dalla moneta con i soliti due lati alla sfera, cioè di compiere un balzo culturale da una realtà a due dimensioni a una visione politica multidimensionale e pluricentrica. Come? Attraverso una rivoluzione armonica che favorisca la circolazione delle idee, l’attuarsi dell’idea di una forma-partito che abbiamo chiamato Eta Beta, attraverso la valorizzazione dell’individuo in relazione e collaborazione con altri individui, attraverso la sinergia degli attori in campo, grazie alla capacità NON di “fare” squadra, ma di ESSERE una squadra, ciascuno con l’altro, INSIEME. Come l’Italia Campione del Mondo nel 1982.

La metafora con i figli di Enzo Bearzot, perciò, ci aiuta a comprendere come ciascuno abbia un ruolo determinante per l’intero collettivo, come sia necessario coltivare l’umiltà, come ciascuno possa esprimersi al meglio soltanto se tiene conto degli altri, se si muove non egoisticamente per se stesso, ma per tutti e, dunque, per l’intera comunità di destino. In altre parole, è una similitudine che può aiutarci a vedere le cose con gli occhi di una squadra, così da continuare a essere noi stessi, a migliorare, a essere umili, a capire quale importanza potrebbe avere “il cantiere” in tale rivoluzione del pensiero. Secondo il metodo liberale e la teoria della prassi.

Approfondiremo il tema in un’altra occasione o in un altro libro perché pensiamo che parlarne sia già un modo per sentirsi parte di un campo “altro”. Ciascuno può essere ALTRO, cioè non omologato, non conformista, non asservito al Potere per il Potere. Anzi, possiamo essere il Sé, cioè la nostra possibilità di essere migliori, di essere liberi e responsabili. Detto in poche parole: il nostro essere se stessi.

C’è una grande necessità di ritorno alla Politica, con la maiuscola. Perché la Politica è “altro” rispetto al Potere fine a se stesso. La politica è cultura. E cultura è politica. Certo, tutto ciò necessita azione, ma è indispensabile non abbandonare il pensiero o le idee. Anzi, guai a sacrificare il pensiero politico e lo spirito di libertà sull’altare del pragmatismo ideologico che ha dimostrato di essere evanescente, inconcludente, astratto. Togliendoci perfino la speranza di una possibile felicità.

Ritorno al Futuro, dunque, perché lo sguardo va rivolto in avanti. Senza, però, cancellare la memoria. Perché senza memoria non può esserci futuro. E’ necessario annaffiare la radice se si vogliono vedere nascere i frutti e i fiori. Se la radice si secca, la pianta muore. Annaffiamo la memoria, perciò, per compiere questo salto di paradigma e per concepire “il nuovo possibile”. Insieme. In dialogo. Da Corsari.

Carlo Prinzhofer e Pier Paolo Segneri

FINE

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