Le Interviste di Allinfo : Il Teatro degli Orrori (@teatro_orrori)

Teatro Degli Orrori_foto di Edward Smith_b(1)(@teatro_orrori) (@tempestadischi)  #Ilteatrodegliorrori

Cercare di capirne un po’ di più di  su questo loro disco  è quasi un obbligo.

Ma cominciamo dall’inizio. Abbiamo chiesto a Giulio Ragno Favero, nella vita bassista, produttore, arrangiatore di aiutarci in questa presa di possesso di una nuova consapevolezza sul Teatro degli Orrori visto che anche lui ne fa parte fin dagli esordi.

Un gruppo sui generis che sembra giocare  con i titoli dei propri album e quindi   “dal’l’Impero delle tenebre” con   “Sangue freddo” è come se fosse approdato  a “Un mondo nuovo” fino al punto di diventare  il “Teatro degli Orrori” che  si rappresenta, a pieno titolo, nella società di oggi.

Giulio questo  lavoro porta il Vostro nome: voglia di fare ancor  più  a cazzotti  con la musica senza alcun timore?

Non ci siamo mai tirati indietro sia  con i testi, sia sul palcoscenico. Di sicuro se dobbiamo urlare in faccia a qualcuno quello che abbiamo da dire non ci tiriamo indietro. E a chi ci legge come un gruppo che ha solo voglia di  ergersi a maestro di qualcosa ci teniamo a  rispondergli con il nostro  “essere fuori luogo” visto che amiamo gridare in modo esplicito e  onesto quello che il teatro pensa su  determinate questioni.
In questo disco, infatti,  abbiamo deciso di metterci a nudo anche come entità grazie  alla formazione che ha acquisito due nuovi elementi  e quindi oltre a Pierpaolo, Gionata Mirai, me e Francesco Valente  l’apporto di  Kole Laca (synth, rhodes – dal 2012) e di Marcello Batelli  (chitarra  dal 2012) ci ha permesso di affrontare una nuova ripartenza. Ecco perché ci sembrava  giusto dare il nostro nome  al disco.
Che poi , quale migliore nome se non quello de Il teatro degli orrori può descrivere  la situazione mondiale col suo male di vivere che interessa la vita politica , economica passando per tutti gli ambiti culturali e  sociali. Fingere che vada tutto bene non è il nostro modo di fare e di vedere le cose.

Ma sarà  colpa dell’incubo sociale e del suo continuo entrare nella gola del serpente dove  le Benzodiazepine rischiano seriamente  di  falsare la percezione del mondo?

Sicuramente  le Benzodiazepine  non aiutano a guardarci dentro. Senza tenere in conto che spostano i problemi più avanti mai migliorando la vita di nessuno (fatta eccezione  per quei  rari casi in cui si cerca di evitare suicidi o altro). Le Benzodiazepine rientrano tra i farmaci più venduti in tutto il mondo e l’abuso è totale.

Il vostro voler entrare dentro ai problemi reali nasce anche dalla voglia di capire se c’è un modo per superarli o è solo una occasione di denuncia?

Credo sia passato alla leggera il  fatto che il nostro gruppo sia, tra virgolette, punk negli intenti. Quando eravamo ragazzini ascoltavamo i Dead Kennedys, i Black Flag  tant’è che la protesta nella musica  ha sempre fatto parte della nostra vita. Anche se oggi, rispetto al passato, abbondiamo di canzoni di protesta politica. Se pensi che nel disco  “Dell’impero delle tenebre” cantavamo di aver perso la memoria del XXI secolo, oggi , nel nostro modo di fare musica  siamo diventati, forse, meno romantici  e più politici… nel fare. Quindi con questo disco, l’intento è di esercitare una forte spinta  a porsi delle domande senza il bisogno di cambiare per forza il mondo. Noi del Teatro degli Orrori  vogliamo continuare a  essere dei megafoni anche a costo di sembrare delle  creature  fuori tempo massimo. Visto che  il problema è che di certe questioni sembra non se ne voglia più parlare. In sintesi noi come Teatro degli orrori non vogliamo scapigliarci per conquistare i meta intellettuali di turno assai pieni di sé quando si tratta di essere una bandiera. Perché noi  siamo e vogliamo continuare a essere la bandiera di noi stessi.

Nel vostro disco c’è anche una lettera aperta al Partito democratico?

La lettera, anche se scritta con tutto il sarcasmo del mondo, nasce da un dato di fatto in quanto il partito democratico è diventato  ciò che non doveva essere. La sinistra, oggi, fa più cose di destra della destra stessa, senza mai rispettare certe promesse fatte. Renzi, invece ha fatto quello che diceva di voler fare  rispettando le proprie posizioni .

Quando avete scritto di certe questioni  avete pensato a possibili critiche?

Abbiamo ragionato secondo il nostro istinto. Una delle critiche che ci è stata mossa riguarda Lavorare stanca  in cui parliamo del lavoro che ruba il tempo alla vita soprattutto in un’epoca in cui la disoccupazione è alle stelle.  In realtà la disoccupazione che c’è è frutto esclusivamente del malgoverno  che ha poco a che vedere con il discorso che facciamo noi. Il lavoro ruba effettivamente il tempo alle persone tant’è che oggi si vive per lavorare e  senza che nessuno si prenda la briga di premiare le persone per i propri meriti.
Chi fa 10 ore in fabbrica per arrivare, a malapena, alla fine del mese sapendo che alla fine della vita lavorativa si ritroverà  una pensione misera di certo non soddisfa una esigenza di vita. E con la nostra canzone vogliamo sottolineare il fatto che sarebbe davvero più bello avere tempo per se stessi e il principio base fosse “Lavorare meno lavorare tutti e ci permette di avere più tempo per noi stessi“. Io personalmente questo principio  lo applicherei subito. Ma  in un periodo storico in cui il progresso viene confuso con il consumo perché è  il lavoro è teorizzato  essere  alla base del consumo ( per consumare devi avere i soldi, per produrre devi far parte di un meccanismo che stritola le persone) non credo che con la nostra canzone ci siamo sbagliati più di tanto. Di fatto il lavoro è diventato  una tortura se non hai l’opportunità di sceglierlo un po’ come abbiamo deciso di fare noi.

Quanto dolo pensi ci sia dietro a questo stato di cose?

Io penso che tutti avremmo la possibilità di  dare dei segnali o di provare a forzare il sistema. Ma il nostro essere incastrati nel sistema sotto tanti punti di vista non ci aiuta. Non dimentichiamoci però che lo stato, in democrazia, non è fatto dai governanti ma da chi li vota. Volendo, insieme, potremmo  fermare certi meccanismi. Il problema non è partitico o governativo ma è legato all’economia…mondiale che ci impedisce di  assaporare la vita costringendoci a far  parte di una ruota dalla quale non si può più saltare fuori. Le soluzioni ci sono ma siamo così  rincoglioniti da tutta una serie di fattori esterni alla nostra vita e ciò  ci impedisce di essere lucidi. Pensa a tutta l’oggettistica che ci consente di restare in comunicazione. Abbiamo continuamente bisogno di spendere soldi in telefonate, internet  per restare connessi alla rete quando il mondo senza internet rimane così com’è .
Per non parlare delle auto che ci danno l’illusione di  essere al passo coi tempi. Il benessere che ci circonda  è quello di altri . In noi resta un  malessere che ha  poco a che vedere con  l’accrescimento personale, umano.

Nella vostra musica la ricerca passa anche attraverso diavolerie elettroniche … Potremmo parlare di  innovazione che diventa affresco ?

Un affresco che rappresenta una società in cui si ha la paura di staccare un attimo anche per non fare niente. Non è detto che la vita debba essere piena di notizie , di  rumore, di luce. Il mondo, pur avendolo modificato sulla base della nostra volontà,   resta così.

Basta osservare chi guarda i concerti nei quali il live viene vissuto attraverso un vetro?

E’ assolutamente pazzesco e, come dice  Stephen Hawking, le macchine prenderanno il sopravvento sugli umani che le vivono come se fossero delle protesi. Noi non abbiamo bisogno del telefono e non ci rendiamo  conto che, in realtà, siamo noi un bisogno per il telefono.  Hawking, vive grazie alla tecnologia  e, quindi, la sua visione è più che lucida.   Personalmente, nella mia visione fantascientifica del pianeta, io non mi stupirei se l’evoluzione dell’uomo passasse attraverso una macchina.  Se tieni in conto che le persone non si guardano più in faccia oppure  preferiscono guardare il concerto attraverso la lente di un telefono mentre dall’altra parte del mondo c’è un nostro coetaneo che  non ha neanche le scarpe per camminare perché gli è stato portato via tutto non possiamo che ammettere a noi stessi che è  un bel Teatro degli orrori … (sorride).

Giulio in questo disco, come di consueto ritornano i tuoi arrangiamenti. Quando ti trovi ad affrontare un nuovo album qual è la tua paura più grande?

La paura di diventare un One Dimensional man. All’inzio della stesura del nuovo disco  avevo cercato di scrollarmi un po’ di dosso il triplice ruolo di musicista autore, fonico, produttore perché gli ultimi due dischi si sono rivelati pesanti da portare a termine. In più a 41 anni mi sono stufato del rock ad ogni costo. Strada facendo mi sono accorto che, grazie anche all’apporto della band, il lavoro è stato più semplice perché se si sta bene  in squadra i frutti si raccolgono subito, anche in studio. L’aiuto di Kole nella gestione dell diavolerie elettroniche è stato vitale  perché  , man mano, che lo presentiamo e lo eseguiamo negli ambiti più diversi il disco suona sempre bene.

Intravedi un nuovo futuro per Il teatro degli Orrori?

Il futuro del teatro è legato alla musica suonata come la sappiamo suonare noi anche se non nascondo che mi piacerebbe dedicarmi anche ad altro. Sento la necessità di crescere in questo ruolo double-face.

Teatro degli Orrori è un disco  nato in vicinanza? E quale è stata la chiave che vi ha fatto accendere i motori?

Il bello è che è nato in sale prove finito il tour di “A Sangue freddo”. Ricordo che  la prima prova è durata 3 o 4 giorni e ha dato vita a tre pezzi che sono  finiti nel disco esattamente come li abbiamo scritti. Quando ciò accade  è il frutto di un incastro magico soprattutto se tieni in conto che aggiungere  due elementi alla band non è proprio  una passeggiata.
Quanto alla vicinanza, come band copriamo tutta la autostrada A4 e non è sempre facile incontrarsi. Alcuni  pezzi sono partiti da idee a distanza come nel caso de La paura nata per volontà di Pier Paolo, altri, la maggioranza  li abbiamo finiti in studio nel momento della registrazione finale tant’è che per noi l’album possiamo definirlo tranquillamente nato in vicinanza.

Ascoltando con attenzione i brani si percepiscono atmosfere evocative particolari. Vi siete lasciati ispirare da un certo tipo di pop a  voi familiare?

Ennio Morricone sostiene che le combinazioni possibili tra le dodici note siano terminate. La musica secondo questa visione non fa che rigenerasi  di continuo. E ci sono effettivamente  dei rif che possono rifarsi ad un certo tipo di pop che viene però fuori da sé , senza premeditazione. Ad esempio in  Sentimenti inconfessabili la strofa  potrebbe ricordare  i Blur   perché la melodia è  un  9/8 e non è un 4/4 mentre nella parte del ritornello abbiamo aggiunto un ottavo per andare storti. Noi andiamo dritti sul nove mentre Franz gira su 4 per cui ogni nove la batteria si gira e questo fa sembrare che ci sia sotto qualcosa di estremamente storto anche se la melodia nell’insieme appare un po’ giocosa .. in fondo parla di un funerale. Oppure in  Una giornata al sole che ha la cassa dritta col charlie in levare è un po’ swingata.  E’ questo il nostro modo per svegliare e creare una microtempesta che ci teniamo a definire autentica .

Qual è il vostro rapporto con il Cinema, visto che il  modo di cantare e di suonare può essere tranquillamente  definito cinematografico?

Mi verrebbe da dire che ci piacerebbe molto lavorare nel cinema e affrontare quel mondo perché, ad esempio, Pier Paolo dal punto di vista attoriale è molto portato e, più volte mi capita di spronarlo a seguire percorsi nell’ambito cinematografico.  Personalmente sono appassionato di colonne sonore e mi piacerebbe fare musica per il cinema  perché vorrebbe dire riuscire a chiudere un cerchio . Non escludo in futuro la voglia di andare in quella direzione.

I vostri registri preferiti?

Daid Lynch, Erdogan e i registi del cinema francese anni 60. E poi James Cameron (Titanic, Avatar) J.J. Abrams,  Ridley Scott e il regista  di District 9, Neill Blomkamp e tutti  quelli che hanno permesso alla tecnologia di prendere il sopravvento rispetto alla sceneggiatura perché sono appassionato di suoni e di trattamento dell’immagine. Io penso che la tecnologia debba essere sempre  al servizio dell’apparato sia uditivo che visivo. E’ l’unico modo per riuscire a creare suggestioni sempre nuove.  Purtroppo al cinema ci vado di rado perché detesto il doppiaggio. Ormai sto invecchiando anche io e faccio fatica a mandare giù i film non in lingua originale e me li vedo in casa con le mie casse e con i sottotitoli.

Il Vostro tour è iniziato alla grande. Come lo avete strutturato?

Rispetto al passato abbiamo inserito un po’ più di “violenza a forte impatto sonoro” e stiamo suonando in posti più piccoli per avere un contatto maggiore con il pubblico visto che è un periodo in cui restiamo chiusi nei nostri piccoli bozzoli provando  paura verso tutti e  tutto. Ci piacciono i concerti in cui si suda, si canta assieme e  riusciamo a cavalcare la filosofia che ci muoveva agli esordi. Quindi più date  cachet più bassi per arrivare meglio nei luoghi ove sarebbe stato difficile arrivare e, quindi stupire.  Quando eravamo piccoli non vedevamo l’ora di farci rapire e stupire da chi ascoltavamo.

E…

Venite ad abbracciarci, a bere una birra assieme, a farci delle domande. Venite anche  ad incontrarvi  anche tra di voi.  Sembra diventato impossibile, a volte, incontrarsi fuori da internet. E cosa ancora più importante smettete di vedere i concerti attraverso il vetro del telefono  con l’idea fissa del ricordo tecnologico. Meglio una maglietta strappata in più che una fredda  foto ricordo.

di Giovanni Pirri

 

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